Quando il gioco d’azzardo è adeguato, problematico o patologico? di Elvis Craia

Quando il gioco d’azzardo è adeguato, problematico o patologico?

Per la maggior parte della popolazione, giocare d’azzardo, vuol dire tentare la sorte sperando che la Dea Bendata, per una volta ci veda bene, facendo vincere una grossa somma di denaro. Tuttavia, anche vincere qualche centinaio di euro, con cui levarsi qualche sfizio o arrivare più sereni a fine mese,  riscuote una grande attrattiva.
In tal caso si punta qualche soldo come extra nel budget settimanale o mensile, in lotterie, nei grattini, nel lotto e nelle schedine. La frequenza è più o meno irregolare e saltuaria (es: quando si sognano numeri o quando, dal tabaccaio, si decide di investire il resto).

Il gioco d’azzardo, sempre per moltissime persone, può anche essere una semplice attività ludica; in tal caso non si differenzia molto da altre attività ricreative; rimane un passatempo, confinato nel tempo libero, in cui vincere o perdere, rimane un opzione accessoria rispetto alla compagnia e alla socializzazione (es: giocare a briscola o ramino alla società sportiva, il mercante in fiera durante le festività natalizie, etc. in cui la posta in gioco è una bevuta, etc.).

Tuttavia il gda assume in alcuni contesti familiari, culturali e personali, un ruolo costante e accettato: mi riferisco a quelle situazioni, ancora adeguate, in cui c’è una profonda tradizione socio-culturale di giocare (es: la tradizione napoletana di convertire sogni ed eventi in numeri da puntare nel lotto e lotterie, giocare la schedina o scommettere regolarmente seguendo le partite insieme gli amici, etc.). Oppure tutte quelle situazioni in cui si è appassionati di un gioco particolare e dunque diviene un vero e proprio hobby duraturo o uno “sport agonistico” (es: l’incontro settimanale per il  burraco, partecipare a tornei di poker.).

Un caso del tutto particolare, ma comunque adeguato, riguarda il gda a livello professionale, in cui le proprie abilità in uno o più giochi, divengono la base su cui impostare la propria fonte di reddito (es. il croupier, il campione di texas  hold’em ).

In tutti i casi sopra elencati, un comune denominatore è la capacità dei giocatori di controllare e contestualizzare il comportamento di gioco, al fine di minimizzare le perdite, massimizzare le vincite e mantenere lo scopo, sia esso strumentale o ricreativo. Infine, un altro comune denominatore, è un  adeguata consapevolezza dei rischi, connessi al contatto con il gioco d’azzardo, che assicura una costante autocritica e un riassestamento continuo del proprio comportamento.

Il gioco d’azzardo è invece considerato problematico quando emergono difficoltà a controllare il denaro speso, le perdite, il tempo dedicato rispetto ad altri impegni. Giocare perde il significato e lo scopo  iniziale attribuito dalla persona, che infatti inizia ad avvertire il bisogno di giocare più spesso e di trovare più denaro da investirvi.
Diviene cioè un’attività, non necessariamente piacevole, parzialmente sotto controllo, che tende ad aumentare in frequenza e quantità di giocate e che condiziona in parte il sistema di vita della persona e l’umore. Ci si incaponisce, ad esempio, a “sbancare in banco”.
Spesso infatti, si cerca di lavorare di più per avere più soldi da giocare mentre  diminuiscono il rendimento al lavoro o la presenza in famiglia, magari solo per la frequenza con cui si gioca, per la stanchezza successiva alle nottate di gioco o perché si è assorbiti dal pensiero di giocare e come vincere, ecc.
In genere l’umore risulta più instabile, passando dall’eccitazione alla depressione, dall’ ansia alla rabbia, poiché diviene sempre più condizionato dalle perdite che in genere vengono “rincorse” nei tentativi di rifarsi e di recuperare il denaro perduto.
Le vincite infine sono quasi sempre rigiocate, sia per quanto detto sopra, sia per poter semplicemente giocare ancora, evidenziando come il gioco abbia smesso di essere tale e sia diventato invece un problema e un messaggero di difficoltà personali (es. Necessità di evasione, di aumentare l’autostima, di provare eccitazione, di sfogarsi e calmarsi, etc.).

L’errore più grande che spesso viene commesso in questa situazione, è quello di sottovalutare, sdrammatizzare e minimizzare il problema, anziché provare ad interrompere o a chiedere aiuto.
Infatti frequentemente si crede di poter smettere a proprio piacimento e che un pò di accanimento non significa nulla di male perchè si aderisce ad una pratica comune e vincere è utile e divertente_Infine molto spesso, subentra la paura di venire giudicati negativamente ed essere fraintesi sul proprio comportamento, cosi ci si convince che sia meglio nascondere e sminuire il comportamento di gioco disadattivo_

Il gioco d’azzardo è considerato patologico, quando, oltre all’aggravarsi delle problematiche menzionate precedentemente, si stabilisce una vera e propria dipendenza, paragonabile a quanto avviene con l’assunzione di sostanze stupefacenti.
È il gioco a controllare il giocatore e non il giocatore a controllare il gioco.
In questa situazione la persona, prima e durante il gioco, sente l’impulso irrefrenabile ed incontrollabile di giocare, tanto da non riuscire a riflettere, ad interrompere ne a modulare il proprio comportamento, finché la tensione interna non risulta sedata.
Si è stabilita una assuefazione; cioè il giocatore sente il bisogno di giocare sempre più spesso e più a lungo, per ottenere l’eccitazione e/o l’acquietamento voluto.
Sono presenti i sintomi di astinenza; cioè l’intenso malessere ed agitazione psicofisica che incorre quando si rimane per troppo tempo lontano dal gioco.

Conseguentemente il giocatore è sempre più disposto a rischiare e sacrificare: tempo, denaro, relazioni, lavoro e perfino la salute che immancabilmente entrano in crisi. Aumentano i debiti e anche la possibilità di compiere azioni illegali. Il gioco viene mantenuto il più possibile nascosto attraverso scuse, bugie e comportamenti elusivi, perciò coloro che provano ad essere di aiuto (familiari, parenti e amici, ecc), dopo aver riconosciuto il problema, scoprono una realtà legata al loro caro, già molto grave e difficilmente gestibile. In questa situazione se vi sono sforzi per liberarsi dalla dipendenza, spesso giungono al fallimento che esaspera ulteriormente la condizione del giocatore e i rapporti stessi.
Presto sopraggiunge un forte senso di colpa, la sensazione di essere impotenti, la depressione e, se non lo si è già fatto prima, può iniziare un consumo più intensivo di alcolici, tabacco o altro. Poi di nuovo ricompaiono il bisogno e la voglia del gioco, che si rafforza come momento di eccitazione ed evasione, rinnovando così il circuito autodistruttivo.

Elvis Craia

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